memories

Riordinare le idee

8 maggio 1898.  Torino, quattro squadre si incontrano per determinare la vincente del primo campionato di calcio: l’Internazionale di Torino, la F.C. Torinese, il Genoa e la Ginnastica di Torino.
Nella prima semifinale l’Internazionale sconfigge uno a zero la F.C.; nella seconda il Genoa vince due a uno.
La finalissima nello stessa giornata; il Genoa diventa la prima a conquistare il Campionato italiano.
Ne vincerà sei dei primi sette.

Non so perché amo così il calcio, non so perché compro gli almanacchi ogni dicembre da vent’anni e, avidamente, li leggo. Non so perché ho l’ansia un’ora prima delle partite della mia squadra.
Non so perché ogni tanto vado allo Speroni per la Pro. La mia Pro Patria. Non so perché, la domenica, alle 17 chiamo mio padre e gli chiedo ‘quanto ha fatto la Pro?’. Da sempre.
Ci sono giorni in cui questi miei dubbi diventano enormi. Il 3 gennaio 2013 è uno di quei giorni.

Non voglio spendere una parola sui cori, mi rifaccio alla Costituzione Italiana.

Ne ho da dire, come cittadino bustocco (a proposito, dovrei dire bustese, essendo figlio di meridionali!), sul comportamento delle istituzioni.
Il sindaco della mia città si è presentato sorridente in tv, ciciarava come fosse al bar con il bianchino nella destra e i sette brutti nella sinistra. Sullo sfondo, le luci di Natale.

Kevin-Prince Boateng è nato a Berlino il 6 marzo 1987. è tedesco dell’Ovest, ma ha scelto di giocare per la nazionalità del padre, il Ghana. Già questo, mi fa considerare Kevin-Prince l’attore più intelligente di questa commedia da quattro soldi.
Se lui sia nervoso in questo periodo per la sua mediocre stagione, se sia infastidito dalle voci di mercato, se semplicemente si sia svegliato con il piede sbagliato, beh, al sindaco di Busto non deve interessare nulla!
Lui ha avuto una reazione che non sta al sindaco di Busto giudicare. Chiaro che se avesse fatto tripletta, sarebbe stato meglio. Ma il carattere di Boateng è così.
A me interessa poco.

Boateng ha avuto una “reazione impropria”, “era meglio parlare con l’arbitro”. Il giornalista Franco Arturi, dalla Gazzetta, inizia così: “Cari sindaci, noi cittadini non siamo deficienti.”.
Mi rifiuto di sfogliare le pagine dei quotidiani in questi giorni.
Oggi ho trovato Speroni, il quale afferma che è meglio che lavorino a casa propria. Chi? Nel 2013 ancora queste boiate! Guardi che il Medioevo è finito più di cinquecento anni fa. Se le tenga per lei queste opinioni, non fa una bella figura a dirle. Oggi avrà fatto sorridere cinquantacinque milioni di italiani. Forse qualcuno in più, ho dimenticato di contare gli immigrati!
Ieri Reguzzoni ha definito Boateng una mammoletta. Termine colto.
Gli ultimi due personaggi citati sono i più famosi politici bustocchi. Magari bustesi.

Ecco, più degli ignobili cori, io mi vergogno di loro. Vorrei mettere la testa sotto la sabbia e uscirne ai primi caldi primaverili.

Busto non è una città razzista. È facile affermare ciò, ma qual è la linea di demarcazione? Se in giro per l’Italia utilizzo il termine ‘negro’ mi guardano storto. Se a Busto utilizzi il termine ‘nero’ ti correggono perché hai dimenticato una lettera. E quelli che lo fanno non sono razzisti, è normale per loro dire ‘negro’. Così come ‘zingaro’.
Sono tutti ‘negri’ e ‘zingari’, insomma. Questi termini sono utilizzati da persona colte, laureate, “gente buona e civile”, direbbe il sindaco.

Arturi scrive che non è il caso di coinvolgere la città, i simboli, le immagini,…. È vero, ma sono più convinto del contrario: questo non sarebbe potuto accadere ovunque. Caro sindaco, accade qui, nella sua città, per una serie di motivi, di comportamenti, di atteggiamenti, di decisioni prese….e mi fermo qui.
“Busto non è come Verona”, “insulti così si sentono in ogni stadio”,… perché non condannare e basta? Perché generalizzare e minimizzare? Perché non educare la propria cittadinanza? Perché non controllare gli impianti in modo adeguato? Perché non aumentare il numero degli steward?
Perché tutto questo non si dice? E perché si dice che la reazione di Boateng è impropria?

Caro sindaco, se vuole le confermo che Busto non è una città razzista. Va bene, ma Busto non è come Verona solo perché non c’è il balcone di Giulietta.
Vedere lo stemma della nostra città e sopra la scritta Buuuuusto Arsizio è stato davvero umiliante.

Il calcio è nato quella domenica di maggio 1898. Da allora, in 115 anni, mai una partita era stata sospesa per razzismo. Mai. I bustocchi ci sono riusciti, caro sindaco.
Credo sia il momento giusto per intraprendere la strada che porti a un’altra politica e a un altro benessere sociale, allontanando personaggi scomodi e non adatti alla vita politica.
Ha ancora qualche anno per migliorare Busto.  Magari ce la farà, magari no, ma si ricordi di questa figuraccia.

È bastato scrivere questa pagina per ricordarmi che il calcio è tutt’altro. Mi è bastato riordinare le idee.
Lo faccia anche lei, signor sindaco

***

Solo uno spazio dei tanti

Non eravamo soddisfatti della nostra città. Ognuno non lo era per conto proprio.
Ci siamo trovati e abbiamo scoperto che questo era un malessere diffuso. Così, abbiamo iniziato a discutere.
Abbiamo iniziato in una Casa circa tre anni fa.
Siamo ancora qui.
Ognuno con le sue opinioni e i suoi distinguo, vogliamo che questa città abbia qualcosa in più.

Di strada ne abbiamo fatta molta.
Tavole rotonde, proiezioni, concerti, pranzi, reading teatrali, corsi formativi…

Ma non ci basta. Vogliamo di più.
Il nostro impegno si moltiplicherebbe se solo avessimo a disposizione uno spazio comunale, cioè uno spazio da destinare alla cittadinanza. Uno spazio dei tanti che l’amministrazione bustocca possiede.
Capannoni lasciati lì, ad atrofizzarsi.
Come le nostre menti, se solo noi non fossimo cocciuti e testardi.

Ore in corridoi comunali, su scomode sedie blu elettrico. Ad aspettare questo assessore o quel segretario. Ad aspettare sempre.
Ma noi siamo ancora qui.

Ore spese in inutili incontri per quella sala o questo capannone. Promesse mai mantenute. Richieste mai soddisfatte. Discorsi fumosi ed irritanti.
Ma noi siamo ancora qui.

Ore trascorse a leggere carte, a cercare capannoni in bici, in macchina, a piedi. Ore al telefono per concordare un colloquio.
Ci avete preso in giro. Ci avete trattato in maniera arrogante e supponente.
Ma noi siamo ancora qui.

Noi, illusi, pensavamo che la gestione degli spazi pubblici fosse in mano a persone serie e corrette.
Crediamo sia doveroso che tutti i cittadini sappiano che, purtroppo, è in mano ad individui che la considerano proprietà personale.
Individui che considerano le chiavi di uno spazio comunale come se fossero quelle del proprio garage.
Sottraendocele davanti agli occhi.

Non siamo soddisfatti della gestione della cosiddetta ‘cosa pubblica’ nella nostra città.
Non siamo soddisfatti della nostra città.

A tre anni di distanza, chiediamo solo di esserlo.
Chiediamo solo uno spazio dei tanti.

E non abbiamo intenzione di fermarci.

***

Paesaggi sonori 2010

Insostituibilità dell’essere nei mercati saturi

Sembra ovvio, ma vale la pena ricordarlo: prima di Paesaggi Sonori, Paesaggi Sonori non esisteva.

Guidavo nella notte, tornando dal festival, dando la colpa all’alcol. Sensazioni tiepide e soffuse, qualcosa d’indistinto, ma estremamente piacevole come aspettare che venga mattino a San Lorenzo: gli occhi puntati al cielo e tra i piedi la sensazione gessosa della sabbia leggera.

La playlist dell’autoradio scorreva distrattamente senza che ci prestassi troppa attenzione. Un pensiero rincorreva l’altro, un via vai di istanti inagguantabili, un susseguirsi di distrazioni mai a fuoco e l’irragionevole presentimento di una certezza impalpabile, che non riuscivo a prendere nel verso giusto, ficcarla davanti al naso e guardarla per intero. Per un istante.

Ripensavo a quel festival. Dicono fosse la seconda edizione, forse ancora un po’ traballante nell’organizzazione e spartana nel look. Per un attimo, ho avuto un’immagine che pareva un condensato di intuizioni, una sgranata dall’altra, eppure tutte insieme. Ho visto persone a torso nudo affaccendate come formiche nel montaggio delle strutture e mi è sembrato di sentire il sibilo tipico dei microfoni che vengono aperti sbadatamente a volume incontrollato. C’erano macchine, e furgoni e telonati che portavano ‘cose’, scaricavano ‘cose’ ed alzavano una gran polvere. Qualcuno strillava, esausto, spazientito per non riuscire a dar retta a tutti quanti; gente sospesa su una scala, e una ragazza che affettava da due giorni pomodori e cipolle, ma anche cipolle e pomodori.

Ed ho pensato: perchè? Perchè Paesaggi Sonori? Perchè la gente si complica la vita, chiede le ferie, si dà il martello tra indice e pollice per affiggere striscioni e locandine? Qual è il senso?

Per quanto mi sforzi per evitare interpretazioni cervellotiche, che sgorgano così naturali dalla mia testa contorta, non mi rassegno a ridurre tutto al puro caso. La risposta più immediata ai tanti perché, potrebbe essere un altrettanto laconico e bugiardo ‘perché si’. Non sarebbe meno vera di una qualsiasi altra spiegazione si possa trovare, il punto è che non riesco a fidarmi di lei. Sembra un passante dall’aria torva a cui non chiederei mai, tra i tanti, di indicarci la via. Ci deve essere dell’altro dunque: un basamento più robusto, un motore più propulsivo che spinga e sostenga la stanchezza, il lavoro, le incertezze. In una parola, ci deve essere un’intenzione.

L’attesa stagione dei festival si inaugura a Maggio, esplode a Giugno e getta le proprie schegge fino a Settembre inoltrato. In mezzo c’è una miriade di appuntamenti per tutti i gusti. Perciò, uno in più o uno in meno, non dovrebbe rappresentare una mancanza sostanziale. Se ne facciamo una mera questione di ascoltare quel gruppo lì, di spendere una serata in quella location là, poco cambia. L’offerta è così ampia da rendere il prodotto facilmente sostituibile con un clone. Ora mi sembra di vedere più nitidamente. Mi sento destare da un sonno durato mesi, sgranchire dal torpore. Penso a tutti i festival che conosco, che ho visto o di cui ho sentito parlare: più di una buona metà mi sembra abbiano l’appeal delle borsette contraffatte: quasi uguali agli esemplari da cui derivano, ma si rompono subito. E’ come se dentro mancasse una qualche ossatura. Sembra di assistere ad una sfilata di sosia o ad una liturgia recitata a memoria. Mi costruisco questa fantasia, come una costipazione da abuso di cibo congelato: il sapore c’è, il pesce sembra pesce, ma è diverso.

Ma io, questa volta, ho avuto un’impressione autentica. Ho visto una serie di band che ci credevano, veramente. Suonavano oggetti pescati dalla cantina o forse erano auto costruiti, sperimentavano formazioni inusuali che ridisegnavo la mappa delle sonorità note. Tutta la gente stava a quindici centimetri dal front-man annuendo con la testa ad ogni colpo di cassa, senza perdersene uno, con interesse costantemente rinnovato. Sulla coda dell’ultimo accordo già si spostava come un’onda assuefatta in un’altra zona del cortile per seguire un pazzo (questo è il suo nome) che sparava gli 8-bit di un gameboy sulle facce del pubblico in bilico tra lo stupito e l’incredulo. Sul profilo sconnesso di un rudere brillavano getti di luci e colori che ricostruivano quel misterioso incanto che la cornice di un arcobaleno crea su di uno sfittico sfondo industriale. Potevi prendere una birra che era una birra, deo gratias! Se eri uno di quelli che si è dimenticato il sapore della carne, trovavi al volo delle opzioni vegane. Magari ti eri pure portato il vino da casa, e questi ti offrivano il cavatappi, sorridendo. Potevi serbare il desiderio di qualsiasi stranezza e l’impressione è che avessero già pensato anche a te. Quanta attenzione. Pazzesco!

Mi immagino quale bisogno autentico queste persone debbano custodire per sopportare tutto questo, per far finta di dimenticare le fatiche che serpeggiano nell’organizzazione di un festival. Mi immagino quanta urgenza debba urlare nelle loro teste per costruire un’opportunità per tutti, a modo loro; per fondare un’oasi per questa gente, di questi giorni, di questo posto; per partorire una creatura viva.

Spengo il quadro della macchina con la certezza che aspetterò Paesaggi Sonori per un anno ancora.

***

Il cimitero e i suoi defunti

“Quella musica lì”: principio di ragion sufficiente per musica ad alto volume

Ci aveva lasciato un buon sapore quel festival. La gente arrivava principalmente per la musica. Da ovunque, per la musica. Esatto, complemento di mezzo: per via della musica. Come fosse la cosa più naturale del mondo.

A ben pensarci, l’ecumenico magnetismo dei suoni, rimane uno degli elementi più spiazzanti che si conosca. Mentre la stella cometa, in fin dei conti, ha avuto un ascendente irrefrenabile solo per tre persone, una tantum; la musica continua a spostare orde di persone sudaticce da un capo all’altro del mondo. Tutti là per esserci, per assistere a qualcosa che non si porta nemmeno a casa, d’irripetibile ed inerte. Miracoloso.

Il festival (edizione duemiladieci) non brillava di certo per la nomea dei gruppi. Nomi completamente muti alla massa di persone che consumano la musica su una scala di intensità che va dalla vivace distrazione fino al moderato interesse. Niente insomma che possa giustificare un ritrovo semi-conscio di persone supine al bieco richiamo del marketing. Eppure la gente accorreva, voleva essere lì: questo è l’unico dato chiaro. Migrazione apparentemente scontata, ma concretamente paradossale, al limite dell’inspiegabile: frotte di giovani radunate da una sirena spenta, come un richiamo indecifrabile. Musica maestro.

Senza alcuna velleità di ordinare la musica in filoni accademicamente corretti o di fondare definizioni illuminanti, il panorama musicale contemporaneo lo figuriamo grossomodo così: musica commerciale, musica classica, composizioni d’avanguardia e “quella musica lì”.

Indipendentemente dal suo lignaggio, la musica è uno zombie che si trascina nei viottoli di un cimitero. Non è viva e non è morta, è un ibrido che non si capisce più.

Il rock più spettacolare ed anticonformista è prodotto con lo stesso mestiere con cui un artigiano musicista del ‘700 assemblava motivetti per blandire le lunghe giornate di corte; solo qualche decibel in più, luci più colorate . L’oceanico mielismo di Gigi D’Alessio ha la stessa incommensurabile vuotezza delle cervellotiche sonate di un compositore naif, solo più broadcasting. L’adesione al partito della musica “colta” ha la stessa sinfonica ingenuità dei ragazzini col ciuffo che sposano il ritmo del momento, e con esso, creano la propria collocazione all’interno della società.

La musica, tout court, sembra sempre più una reliquia da guardare e non toccare o un vestito da cerimonia da indossare per fare invidia alle amiche, più che una sincera espressione di un pensiero con tutta la sua rotondità. E per qualcuno tutto ciò è un fottutissimo problema. Abitare il mondo dei vivi e doversi esprimere col monotòno rantolo degli zombie è una forzatura che ti fa sentire inadeguato. Questo è il centro del bisogno che le persone custodiscono dentro di sé, che sempre meno sono disposte ad ignorare: trovarsi di colpo senza un linguaggio tagliato sulle proprie specifiche emozioni è vuoto inaccettabile.

Poi c’è “quella musica lì”. Impossibile a definirsi: c’è chi urla fino a consumare le corde vocali, c’è chi alza il volume in maniera sconsiderata; e c’è chi fa il contrario di tutto questo. E’ uno sfondo brulicante di sonorità che disconosce qualsiasi modo di intendere la musica a tavolino e si inventa il proprio urlo esistenziale. Si nasconde dietro una malcelata stravaganza ed il baccano roboante, ma la vera novità è che si capisce. E’ un linguaggio nuovo, ma tutt’altro che inaspettato. Non più quel prodotto spigolosamente incomprensibile che maciulla timbri e canoni accademici per esplorare sterili praterie di sassoso autoreferenzialismo. Non più quella caricaturata forma di protesta che si esaurisce in un make up più esasperato, ma un modo sincero di reclamare il proprio posto e di rappresentare l’autentica unicità di ciascuno. Musica della gente per la gente, roba necessaria.

Se ci chiedete perché a Paesaggi Sonori vige “quella musica lì”, noi diciamo con convinzione: perché le persone si meritano qualcuno che parli con loro.

Ricordiamo che a Paesaggi Sonori hanno prestato la propria voce: Gouton Rouge, King Suffy Generator, The Disgrazia Legend, Karl Marx Was A Broker, Lili Refrain, Arottenbit, Mr. Sauli, Elena Taverna, There Will Be Blood, Three Steps To The Ocean, Dyskinesia, Nohaybandatrio, Morkobot.

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