Ju tarramutu – 30 giugno nel cortile di Migrando

24 06 2011


L’Aquila ci fa male. Perchè, quando due anni fa ha tremato, crollando su se stessa, era così vicina a noi. Perchè, a due anni e passa da quel 6 aprile 2009, le macerie sono ancora tutte lì. Ci fa male, perchè il terremoto ha ribaltato un castello di carte tenuto insieme con lo sputo e la sabbia da uomini senza scrupoli. Ci fa male perchè ci sbatte sotto gli occhi l’Italia che siamo, un paese in rovina che affonda nella melma della corruzione e dell’illegalità.

Giovedì 30 giugno, nell’ambito di Corte in Circuito, 26per1 vi invita a dedicare una serata alla città dell’Aquila. Nel cortile di Migrando La Bottega, in via Pozzi 3 a Busto Arsizio, ci sarà la proiezione, ad ingresso gratuito, di Ju tarramutu, un film realizzato da Paolo Pisanelli e prodotto da Za Lab (la stessa casa di produzione di Come un uomo sulla terra e Il sangue verde). Il film è stato presentato al pubblico lo scorso 6 aprile, anniversario del sisma, proprio all’Aquila, oltre che in molte sale cinematografiche italiane. Ha vinto molti premi e raccolto un grande successo. Dalle nostre parti non è mai passato: ve lo portiamo noi.

Oltre a Ju tarramutu, 26per1 vi presenta anche un libro. Terremoto, edito da Terre di Mezzo, è una raccolta di racconti firmata da Enrico Macioci, uno scrittore aquilano. Dalle sue parole trarremo anche un reading, con accompagnamento musicale.

Di contorno, per rinfrescare l’atmosfera, la prestigiosa birra artigianale Orso Verdebruschette da stuzzicare e la Bottega Migrando aperta fino alle 24.

Vi aspettiamo, dunque, il 30 giugno, nel cortile di Migrando, in via Pozzi 3 a Busto Arsizio. Tutto inizia alle ore 21.30 e l’ingresso è gratuito.

Non mancate. Siamo tutti aquilani.


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One response

1 07 2011
spectator

Mettersi in bocca la parola “L’Aquila” porta quasi incondizionatamente un presagio sulle vittime. Tira fuori i conteggi dei caduti e dei danni. Di fronte a calamità di portata incalcolabile come questi e come qualunque evento di morte, ci si aspetterebbe che i ragionamenti di chi si confronta filino su una linea di rigore, serietà ed ossequioso rispetto. In Italia pare invece che non vada proprio così, che anzi ogni accadimento possa essere strumentalizzato fino a farne carta straccia.
Pare quindi davvero lungimirante l’intuizione del regista di vivisezionare il dramma del terremoto, epurarlo dalla cronaca più inflazionata, per illuminare accuratamente e senza nessun qualunquismo il tema del lutto. Non il lutto delle vittime, il lutto dei superstiti. Questo è curioso. Il lutto della gente che si trova a vivere in una città che è la loro solo formalmente: sono gli stessi confini, gli stessi abitanti ma a meno di qualunque meccanismo sociale, qualunque radice di identità storica, qualunque nesso di appartenenza psicologica. E’ il plastico de L’Aquila, una città “in vitro”.

Il film è una dimostrazione sperimentale che la proprietà commutativa (“cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia”) è applicabile alla matematica e a null’altro. Hai perso il tetto, riavrai un altro tetto; hai freddo, eccoti il riscaldamento! Non bisogna passare per esigenti, se si afferma che non basta un tetto, una lavatrice, il digitale terrestre e gli auguri del presidente per aggiustare le vite sradicate nella loro origine. Non si tengono insieme i pezzi senza un paziente lavoro di sutura e ricostruzione interna. L’aspetto oltremodo avvilente è il modello egemone dello show, dell’asso vincente, della risposta unica conformata. Il concepire “la soluzione” come il risultato di un problema di ottimizzazione matematica, ovvero la presunzione di costringere una moltitudine di teste e di cuori nelle briglie di una decisione.

Vedendo il film, mi sono sentito profondamente stupido nell’accorgermi di quanto poco fosse lucida la mia comprensione di questo terremoto vecchio ormai di due anni. Mi sono chiesto perchè mai quel giorno non ho preso la macchina come tanti altri per raggiungere quelle gobbe di appennino.
La risposta amara che mi do, è che anche io, in questo feudo di Busto, sono tra coloro che non son desti. Fortuna che qualcuno provi a svegliarci.

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